Passeggiate Romane
I sospetti del Pd (e di Bersani) sui piani quirinalizi dello scorpione D’Alema
Ormai nel Pd tutti sospettano di tutti. E così, invece di preparare la campagna elettorale, che dovrebbe dare al Pd, salvo sorprese, la vittoria, i massimi dirigenti di quella forza politica si guardano in tralice, pensando il peggio possibile l’uno dell’altro. Intanto Matteo Renzi gode e fa la sua campagna elettorale al riparo dalle beghe interne, facendo di tutto per tenere il più lontano possibile da sé i parlamentari di lungo corso che per paura di non essere rieletti da Pier Luigi Bersani corrono da lui a cercar riparo, non si sa mai riescano a trovare un posticino in lista.
20 AGO 20

Ormai nel Pd tutti sospettano di tutti. E così, invece di preparare la campagna elettorale, che dovrebbe dare al Pd, salvo sorprese, la vittoria, i massimi dirigenti di quella forza politica si guardano in tralice, pensando il peggio possibile l’uno dell’altro. Intanto Matteo Renzi gode e fa la sua campagna elettorale al riparo dalle beghe interne, facendo di tutto per tenere il più lontano possibile da sé i parlamentari di lungo corso che per paura di non essere rieletti da Pier Luigi Bersani corrono da lui a cercar riparo, non si sa mai riescano a trovare un posticino in lista.
Prima di tutti. Come da copione in cima all’elenco dei sospettati c’è Massimo D’Alema. Nonostante il presidente del Copasir si sgoli a spiegare, in ogni comizio, in ogni dibattito e in tutte le feste del Pd, che lui vuole un governo politico e che i tecnici hanno fatto il loro tempo, sono in molti, anche nell’entourage bersaniano, a pensare che in realtà D’Alema, d’accordo con Giorgio Napolitano (con cui i rapporti sono ottimi, al contrario di quelli degli altri dirigenti del partito), punti al Monti bis. E siccome l’ex premier è sempre sospettato di secondi fini personalistici, la vulgata del Pd (o di una sua parte) è che miri ad andare al Quirinale. Il ragionamento è questo: D’Alema contribuisce ad approvare una riforma elettorale che piace a Berlusconi, in modo da ottenere i voti del Pdl per il Quirinale, quindi fa andare Mario Monti al governo togliendolo dalla lista dei papabili per l’alto Colle; infine si gioca la partitissima della presidenza della Repubblica. Che lui smentisca o meno questa versione poco importa: al Partito democratico non si parla d’altro.
Per il Bis. Sospettatissimo anche Enrico Letta, che non ha mai fatto mistero delle sue propensioni montiane. Il fatto che il vicesegretario si sia speso come pochi per un accordo con il Pdl su una legge elettorale che non garantisca al Pd il premio di maggioranza alla coalizione viene visto come un elemento a suo carico. In pratica Letta brigherebbe per far sì che dopo le elezioni non vi sia una maggioranza ben delineata, il che consentirebbe a Monti di fare il bis con un governo Pd-Udc e con pezzi del Pdl.
Quell’ok di Bersani. Nel tunnel dei sospettati è entrato persino Bersani. Il segretario ha già risposto che si tratta di una vera e propria “assurdità”, ma l’indiscrezione secondo cui Bersani avrebbe dato l’ok a una legge elettorale che non dia il premio alla coalizione, in cambio di un posto da vice-premier di Monti, continua a circolare anche nella sua stessa maggioranza.
Sospettata anche Rosy Bindi. Non per il Monti bis, dato che non vi è niente di più lontano dalla cultura politica della presidente del Pd (nonostante sia riuscita a mettere un suo uomo, cioè il ministro Balduzzi, nel governo), ma per la sua voglia di candidarsi alle primarie, per ritagliarsi uno strapuntino e non essere fatta fuori da Bersani e Renzi, entrambi non particolarmente interessati a tenerla in gioco.
Morale della favola: tra un sospetto e l’altro è saltato il patto tra i maggiorenti del Pd, secondo il quale ognuno avrebbe avuto un posto assicurato (tranne la Bindi).
Prima di tutti. Come da copione in cima all’elenco dei sospettati c’è Massimo D’Alema. Nonostante il presidente del Copasir si sgoli a spiegare, in ogni comizio, in ogni dibattito e in tutte le feste del Pd, che lui vuole un governo politico e che i tecnici hanno fatto il loro tempo, sono in molti, anche nell’entourage bersaniano, a pensare che in realtà D’Alema, d’accordo con Giorgio Napolitano (con cui i rapporti sono ottimi, al contrario di quelli degli altri dirigenti del partito), punti al Monti bis. E siccome l’ex premier è sempre sospettato di secondi fini personalistici, la vulgata del Pd (o di una sua parte) è che miri ad andare al Quirinale. Il ragionamento è questo: D’Alema contribuisce ad approvare una riforma elettorale che piace a Berlusconi, in modo da ottenere i voti del Pdl per il Quirinale, quindi fa andare Mario Monti al governo togliendolo dalla lista dei papabili per l’alto Colle; infine si gioca la partitissima della presidenza della Repubblica. Che lui smentisca o meno questa versione poco importa: al Partito democratico non si parla d’altro.
Per il Bis. Sospettatissimo anche Enrico Letta, che non ha mai fatto mistero delle sue propensioni montiane. Il fatto che il vicesegretario si sia speso come pochi per un accordo con il Pdl su una legge elettorale che non garantisca al Pd il premio di maggioranza alla coalizione viene visto come un elemento a suo carico. In pratica Letta brigherebbe per far sì che dopo le elezioni non vi sia una maggioranza ben delineata, il che consentirebbe a Monti di fare il bis con un governo Pd-Udc e con pezzi del Pdl.
Quell’ok di Bersani. Nel tunnel dei sospettati è entrato persino Bersani. Il segretario ha già risposto che si tratta di una vera e propria “assurdità”, ma l’indiscrezione secondo cui Bersani avrebbe dato l’ok a una legge elettorale che non dia il premio alla coalizione, in cambio di un posto da vice-premier di Monti, continua a circolare anche nella sua stessa maggioranza.
Sospettata anche Rosy Bindi. Non per il Monti bis, dato che non vi è niente di più lontano dalla cultura politica della presidente del Pd (nonostante sia riuscita a mettere un suo uomo, cioè il ministro Balduzzi, nel governo), ma per la sua voglia di candidarsi alle primarie, per ritagliarsi uno strapuntino e non essere fatta fuori da Bersani e Renzi, entrambi non particolarmente interessati a tenerla in gioco.
Morale della favola: tra un sospetto e l’altro è saltato il patto tra i maggiorenti del Pd, secondo il quale ognuno avrebbe avuto un posto assicurato (tranne la Bindi).